Il Fraizz
Il Fraizz amava i cavalli. E la poesia. Di amare quest’ultima se ne rese conto troppo tardi, ma i cavalli li amava da sempre.
Ovviamente, insieme ai cavalli, amava il gioco. Un gioco speciale e mai fine a se stesso. Le sue scommesse, infatti, si trasformavano sempre in un atto d’amore per il cavallo prediletto.
Quando qualcuno chiedeva dove avrebbe potuto trovare il Fraizz, la risposta era sempre una e una sola: “alla sala corse di via dell’Agave”.
Ai tempi dell’Istituto Tecnico, il Fraizz frequentava il locale solo nel pomeriggio. Non faceva differenza se si fosse in inverno o in piena estate. La mattina lui sosteneva di trascorrerla sui libri. Anche in agosto. Già, perché il Fraizz non c’era anno che non venisse rimandato in qualche materia: storia e matematica, oppure italiano, chimica e fisica. Era del tutto indifferente: bastava che le materie fossero sempre più di una. La ragione di questi insuccessi scolastici non risiedeva però in una scarsa intelligenza: era solo abissalmente distratto. A tal punto che, immerso nella lettura del giornale di pronostici ippici, dimenticava di studiare. Il mattino successivo, in classe, seduto all’ultimo banco della fila centrale, inforcava gli occhiali scuri, fissava la cattedra davanti a sé e... dormiva. In genere solo dalle otto alle dieci. Due ore di sonno per recuperare la notte trascorsa a calcolare quale sarebbe stato il cavallo vincente della Corsa Tris.
Se un professore faceva il suo nome per interrogarlo, i compagni gli allungavano una pedata negli stinchi. E lui, alzandosi di scatto come se fosse sveglio, scandiva: «Mi giustifico».
E se l’insegnante del momento, fosse pure la temutissima Cosce di Ferro (italianista e femmina solo all’anagrafe, il cui aspetto ricordava un cinghiale marsicano), gli faceva notare che nell’ultimo mese si era giustificato sette volte (cioè tutte quelle che lei lo aveva chiamato), ribatteva: «Allora mi dichiaro prigioniero politico. Non parlerò mai, neppure se lei mi appendesse al soffitto per i... genitali».
Il termine “genitali” gli era ovviamente sconosciuto, ma se il Fraizz fosse ancora vivo, avrebbe sicuramente chiesto di ingentilire in tal modo il suo più usuale “per i coglioni”.
Una tale risposta produceva di solito due effetti: un principio di soffocamento in Cosce di Ferro (e se non avete mai assistito al soffocamento di un cinghiale, vi consiglio di astenervene anche per il futuro) e un provvedimento di sospensione dalla scuola per il Fraizz. Non sempre, però. Perché se l’insegnante del momento era invece Sistemino, professore di chimica nei ritagli di tempo e inventore a cottimo del metodo sicuro per azzeccare terni e cinquine, la faccenda prendeva una piega diversa. Al di là di ogni logica umana, Sistemino sembrava apprezzare l’umorismo del Fraizz. Forse perché entrambi trascorrevano pomeriggi e serate immersi nell’intricato pasticcio dei numeri. Che fossero poi cavalli vincenti e piazzati oppure ambi secchi sulla ruota di Napoli, non rivestiva grande importanza. Il numero, bello, magro, panciuto, terrificante oppure ammaliatore era, per loro due, il dio incarnato e un simbolo di fratellanza.
«Bene, bene», commentava Sistemino tre secondi dopo che il Fraizz aveva esternato il proprio status di prigioniero politico. I tre secondi gli erano necessari per accendere il mozzicone di toscano che gli penzolava sempre dalle labbra.
«Saprai, signor Pì-Pì, che devi dirmi almeno il tuo numero di matricola. Secondo la Convenzione di Roccacannuccia...».
«Non conosco nessuna Convenzione di Roccacannuccia, signore», rispondeva a quel punto il Fraizz, rimanendo rigido sull’attenti. Quella posizione l’aveva imparata dopo la ventisettesima rivisitazione del film “Il ponte sul fiume Kway”.
«E poi non mi chiamo Pipi».
«Pì-Pì, ragazzo. Capisci? Non Pipi, ma Pì-Pì: abbreviazione di Prigioniero-Politico».
«Comprendo, prof, ma continuo ad ignorare Roccacannuccia».
«Strano. Avrei giurato che tu leggessi il giornale. Era sulla prima pagina di tutti i quotidiani proprio stamani. Oppure metti in dubbio la mia parola?», chiedeva Sistemino a denti tanto stretti che si percepiva distintamente il crocchio delle foglie di tabacco spezzate.
«Non mi permetterei mai».
«Bene. Allora? Questa benedetta matricola?»
«Non la ricordo, signore», era costretto a rispondere il Fraizz che, pur avendo compreso dove sarebbe andato a parare Sistemino, non poteva far nulla per evitarlo.
«Uhm..., la faccenda è piuttosto seria per un Pì-Pì, ma possiamo rimediare. Lo sviluppo di queste dieci reazioni chimiche», concludeva l’insegnante porgendogli un foglio dattiloscritto con simboli e numeri, «ti offrirà la soluzione. La tua matricola corrisponde esattamente ai risultati delle formule che avrai il piacere di calcolare. Allora potrò accettare la tua dichiarazione di prigioniero politico. E, ovviamente, non ti interrogherò».
Il Fraizz, ancora una volta caduto nella rete come uno stupido pesce, boccheggiava, si avvicinava alla cattedra, afferrava il foglio, faceva un rigido dietro-front e si accomodava nell’unico banco vuoto. Sapeva che sarebbe stato inutile protestare: Sistemino, ad ogni eventuale rimostranza, gli avrebbe allungato un secondo foglio pieno di formule da risolvere, poi un terzo e così via.
Sistemino non ricorreva mai all’intervento del Preside. Le proprie faccende preferiva risolverle da solo, a tu per tu con i ragazzi.
Disavventure scolastiche a parte, Fraizz continuava a frequentare la sala-corse di via dell’Agave con regolarità teutonica.
Le sue magre disponibilità economiche di studente non gli consentivano di fare puntate ogni santissimo pomeriggio. Ma un simile particolare era irrilevante. Con un po’ d’immaginazione scommetteva su ogni cavallo per cui provasse un impulso amorevole. Un’immaginazione che fosse comunque confortata dalla concretezza dei fatti. Allora s’immergeva in calcoli complicati consultando gli ultimi numeri di “Ippodromo”, uno dei giornali specializzati in pronostici; si appuntava i cavalli da giocare; faceva la fila al botteghino anche se poi non acquistava la quota-scommesse (giunto allo sportello si limitava a salutare l’impiegato che, conoscendo le sue abitudini, non si meravigliava più da anni); attendeva che i risultati del tale concorso ippico comparissero sul tabellone in fondo alla sala; e esultava con una sorta di danza del puledro pazzo ogni volta che vinceva il cavallo su cui aveva teoricamente scommesso. Oppure mostrava di strapparsi i capelli disperato se lo stesso cavallo giungeva all’arrivo senza piazzarsi in prima posizione.
Se il Fraizz fosse vissuto fino agli anni novanta, invece di farsi divorare da un fottuto cancro alle ossa, sicuramente sarebbe divenuto un appassionato di computer. Per utilizzarlo in virtuali concorsi ippici, s’intende. Forse non avrebbe neppure resistito alla tentazione di navigare su Internet alla ricerca di centinaia di quote, scommesse, notizie che viaggiano ogni giorno in quel mare d’intrecci elettronici. Pensate solo a quante corse di cavalli si svolgono ogni ora sul nostro pianeta. Certo le due ore di sonno in classe non sarebbero più bastate. Ma avrebbe trovato lui il modo di rimediare. Con tutti meno che con Sistemino. Sempre che l’esimio professore non avesse avuto anche lui la necessità di fare una dormitina: il gioco del Lotto e lo sviluppo di sistemi sicuri per vincere un terno o una cinquina sarebbero stati una sfida appassionante per un computer dell’ultima generazione... (continua)