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Queste recensioni non nascono da opinioni o gusti come potrebbe
avere lo spettatore o un cinefilo. Per tanto è normale che
molti dei lettori non si troveranno d'accordo con quanto scritto.
Sappiate però che certe affermazioni sono il risultato di
un'analisi della struttura narrativa, delle scelte stilistiche e
del linguaggio usato per esprimere determinate situazioni. Le emozioni
suscitate dall' opera sono da considerarsi soggettive ma anche giustificate
da una certa sensibilità ed educazione visiva che non tutti
possiedono.
Il Paradiso all’improvviso di Leonardo Pieraccioni
La formula è quella ormai consueta dei suoi
film: ragazzo solo per scelta o per delusione si avventura in una
storia improvvisa. Qui incontra una ragazza bellissima, tra loro
sboccia lentamente l’amore. Insomma il desiderio di ogni italiano:
l’amore all’improvviso, il colpo di fulmine o fuoco
d'artificio, il ciclone, l’innamorato come un pesce lesso:
tutti titoli di suoi film.
Come ogni pellicola che si rispetti, le parole non servono perché
i film sono fatti di personaggi e immagini. Quindi il mondo di Pieraccioni
può funzionare solo grazie a queste due componenti e qui
abbiamo personaggi come Alessandro Haber, Rocco Papaleo , Anna Maria
Barbera. I primi due hanno da generazioni il vizio di scommettere
su tutto, ed è proprio questa caratteristica che da la possibilità
al film di creare una storia.
Anna Maria Barbera con il suo modo di parlare è la nota più
dolente del film; spesso si riduce a pura macchietta di se stessa,
ripetitiva nel suo stile e qualche volta volgare: diciamo che non
è indispensabile.
Questi sono gli ingredienti da cui parte l’avventura. Nei
film di Pieraccioni si sogna molto, ed il sogno è fatto di
oggetti. Componenti queste che noi non le analizziamo ma le vediamo
ed elaboriamo inconsciamente; e che sommate ad altre, come la musica,
ci danno emozioni o meglio ci fanno provare simpatia per il personaggio.
Ed ecco che quindi abbiamo la neve ad agosto, i pezzi a grandezza
umana di una scacchiera, il nano in giardino, la canna gigante ecc..
Non vi racconto al storia per non rovinarvi il sapore dei film di
Pieraccioni, tutti un po’ infantili nel senso che è
come se ci raccontasse una favola: la sua fiaba. Una storia che
però noi vorremmo vivere, ed per questo che Pieraccioni quando
fa questo tipo di film trova un vasto consenso di pubblico, quasi
come se fosse imprigionato in questo tipo di storie e difatti se
tentasse di narrare altro non farebbe più cosi tanto incasso.
Il regista questo lo sa e da al pubblico quello che esso si aspetta
da lui, fin quando dura e gli va bene. Pieraccioni è ruffiano
ma credo che lui lo sappia e lo ammetta tranquillamente, tanto che
non si considera nemmeno un vero regista.
Il più bel giorno della mia vita di Cristina Comencini
Questa non è una recensione ma il racconto
di un fatto. Chissà quanti invece contrari a questo episodio
diranno che mi sbaglio. Per questo sia chiaro non esprimo giudizio
sul film che non ho visto.
Lunedì 6 settembre vittima della pubblicità fatta
a questo film ho deciso di vedere il suo passaggio televisivo su
rai uno in prima serata. Purtroppo come ho già specificato
non posso recensire il film perché dopo quindici minuti ho
dovuto cambiare canale a causa dello squallore che avevo di fronte
a me. Un film di recitazione scadente con dialoghi imbarazzanti
per quanto didascalici. Insomma pensavo di vedere un film e mi sono
ritrovato davanti ad una fiction TV.
La RAI non smentisce la sua politica per cui manda in onda in prima
serata solo film superficiali e privi di interesse culturale (da
non riferirsi però al film in questione che non ho visto).
Spesso la Rai quando non ha il classico film TV da mandare in onda
in prima serata lo sostituisce con qualcosa che per contenuti gli
possa assomigliare. Il problema è che questo film è
uscito nelle sale ed è magari stato finanziato con i soldi
dello Stato. La Comencini però non è nuova a questo
tipo di prodotti (direi in linea di base sempre scadenti) e ci sarebbe
da chiedersi come mai faccia ancora film. La risposta sta nel CINEMAFIA.
La vita degli altri di Nicola De Rinaldo
Da ammirare il coraggio del regista e della storia,
ma il racconto non decolla mai. Il film non “mostra”
nulla: per una parte è attraversato anche dal mistero. Senza
però delle immagini adeguate ed esplicative la storia non
è in grado di progredire; a tale mancanza, i dialoghi cercano
di sopperire in una trama che diversamente non si capirebbe. Si
deve però considerare che l’opera non può svilupparsi
grazie alle parole dette dai personaggi, anche se affermate con
la forza di denunciare fatti importanti.
Ecco perché il film non decolla mai e non da emozioni, non
mostra un segno forte in ciò che racconta.
E’ poi evidente come lo scenario di un eruzione del Vesuvio
cerchi di dare più tensione ad un film sotto tono perché
debole già in fase di scrittura.
Anche se può risultare interessante il punto di vista di
un mafioso, non sembra che ci sia stata professionalità e
maturità da parte degli sceneggiatori e del regista nell’affrontare
un tema così delicato. In conclusione il film è sotto
tutti gli aspetti un film Tv e non si capisce come questo tipo di
opera sia stata realizzata per le sale. Il regista difatti ha un
passato televisivo e se non impara a fare film per il cinema è
meglio che continui a lavorare per la TV con la quale avrà
ottimi risultati. Questa è la dimostrazione
che un regista di film Tv difficilmente potrà diventare un
regista di film per il cinema.
L’uomo in più di Paolo Sorrentino
Tocca il cuore a livello umano. Il film nella sua
struttura narrativa anche se debole non è frammentario: segue
una sua direzione precisa. Non ci sono attimi di pausa ma attimi
di riflessione. Si usano gli oggetti perché non è
un film parlato, non regge sui dialoghi ma sulle immagini e sulla
musica che riesce a comunicare emozioni. Sulla base di questo, si
può affermare che è un film poetico.
I due personaggi sono ben costruiti, mai didascalici o raccontati
per mezzo di luoghi comuni. Si narrano i sogni, le aspirazioni,
le aspettative. Il lavoro guadagnato con impegno che però
non arriva. L’impossibilità di poter dimostrare le
proprie capacità. I due uomini che vivono queste vite parallele
compiono un loro percorso, hanno una loro trasformazione che non
svelo per non rovinare il finale.
Una traccia di storia, come se questa non fosse importante, per
delineare il ritratto di due personaggi e della loro essenza umana:
uomini non giusti o buoni, uomini con i loro difetti.
Il regista dimostra grandi doti nel sapere costruire
le atmosfere adeguate nel ritrarre i suoi personaggi: non cerca
mai il consenso del pubblico. Sorrentino ha grandi doti di sceneggiatore
anche se come regista sembra ogni tanto un po’ indeciso nella
scelta delle inquadrature, spesso non sempre giustificate o altre
volte ripetitive.
Quando un film si affida ad emozioni e arriva al cuore diventa difficile
comunque analizzarne la sua struttura. Complimenti a Paolo Sorrentino,
lui è un autore che contribuirà alla rinascita del
cinema italiano.
Figli – Hijos di Marco Bechis
Purtroppo il film non decolla mai e quando cerca
di farlo è molto prevedibile. La storia non è in grado
di svilupparsi per un’opera di cento minuti. Tutto quello
che si dice nei primi quarantacinque lo si potrebbe dire in venti
minuti. C’è un ritmo volutamente lento ed intimo ma
questo tipo di atmosfera emozionale non la si riesce a creare fino
in fondo. Solitamente quando lavori con le sfumature, con tempi
narrativi lenti imposti il tuo operato sulla poesia, sul racconto
delle immagini, degli oggetti, dei personaggi e dei luoghi. Qui
invece non si racconta nulla di questo, il film non progredisce
per una successione di immagini ma solo grazie alle parole che si
dicono i due ragazzi. Anche se il carattere dei personaggi è
forte non si può dire che però sia stato sviluppato
in più aspetti, spesso sono monocorde, il loro ritratto non
è così efficace come invece dovrebbe esserlo visto
che ne sono i protagonisti. Insomma il film non funziona perché
è narrato male, senza un certo spessore filmico; quasi sembra
che per il regista contasse di più esprimere i suoi concetti
di protesta politica trascurando il linguaggio cinematografico.
Io ammiro il coraggio del regista e i suoi contenuti sono indispensabili
che vengano affrontati ed esposti, però se si vuole lasciare
una traccia del proprio operato, del proprio dolore non si deve
trascurare il mezzo credendo che il contenuto prevarichi anche il
linguaggio; a questo punto era meglio fare un documentario.
In conclusione ho avuto la sensazione che l’autore avesse
l’urgenza di dirci delle cose ma non riuscisse ad esprimercele
con il mezzo cinematografico, non ne fosse padrone. Anche lui dovrebbe
imparare meglio a scrivere le sceneggiature, grosso handicap dei
registi/autori italiani.
Alla rivoluzione sulla due cavalli di Maurizio Sciarra
Rimane un mistero quello che il regista ci ha voluto
raccontare: l’idea forse di descrivere la liberazione del
Portogallo poteva essere interessante ma questa descrizione non
arriva mai in tutto il film. Allora lo spettatore è portato
a credere che tutto il viaggio invece sia un pretesto per raccontare
la storia di un’amicizia, di due giovani ed una ragazza. Peccato
che non accade nulla di particolare da mostrare o meglio da ritratte
di questi aspetti. Insomma si vede quest’auto che procede
in un film piatto e senza una direzione precisa, come se alla fine
la vera protagonista fosse solo l’auto: la due cavalli, e
voglio sperare che questa non sia stata l’intenzione degli
autori. Perfino Aldo, Giovani e Giacomo nel loro "tre uomini
e una gamba" avevano capito che un road-movie è un film
sulla trasformazione dei personaggi. Difatti loro partono che sono
umiliati e sottomessi dal loro capo e dalle loro mogli e arrivano
al termine del viaggio che si ribellano a tutto.
Chi ha scritto la sceneggiatura non ha nemmeno capito questo; ci
troviamo dunque davanti ad un esempio di regia che non c’è,
di storia che non c’è, di pretesto sciupato: insomma
della classica opera mediocre e casareccia del cinema italiano,
sorretta dalla totale mancanza di professionalità.
Intanto però, nonostante la sceneggiatura non sia stata curata
e credo scritta a caso, non manca una compiacenza da parte degli
autori nel ruffianarsi il pubblico con delle scene simpatiche e
dei luoghi comuni sui giovani. Furbescamente si culla lo spettatore
per i novanta minuti in modo da non fargli accorgere che il tempo
passa ed il film non esiste.
Che coraggio a produrre e a buttare via i soldi in questo film,
ecco l’operato del CINEMAFIA.
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