Il manifesto del nuovo cinema

 

Lottare per la rinascita di un nuovo cinema italiano dalle ceneri di quello attuale che, visti i risultati, è decisamente morto.

   

 

 

 

 
 

LA PAROLA A CHI

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Senza nessuna pretesa ed in assoluta umiltà, ho definito alcuni punti che ritengo indispensabili per costruire il pensiero di un nuovo corso: il nuovo cinema italiano. Questi suggerimenti arrivano da indicazioni di registi, o da miei studi che nel corso della mia formazione ho integrato e rielaborato.

 

1) Urgenza e necessità

Ciò che spesso spinge a realizzare un film dovrebbe essere un forte sentimento che risponde anche alle domande di urgenza e necessità. Un film deve essere narrato perché è necessario che il pubblico lo veda: il film deve servire a qualcosa. Se non è necessario, se non serve a nulla allora perché narrarlo? Un film oltre ad essere necessario diventa importante che venga narrato in quel determinato tempo: come anticipazione di un particolare periodo storico e come sintesi di una certa società attuale. Ecco che un film narrato in un particolare periodo in cui lo spettatore sente l’esigenza di una storia di questo tipo, diventa urgente. L’urgenza che un' opera del genere trovi i suoi stimoli in quel tipo di spettatori di quel tempo. Un esempio di film urgenti e necessari sono quelli del neorealismo. Roma città aperta era necessario che fosse narrato, ed urgente in quel periodo storico.

 

2) Onestà verso il pubblico

Il regista che non ha nulla da dire, spesso, per ambizione, cerca di parlare di grossi temi, ma non trovando le corde giuste si affida a trucchi narrativi con lo scopo di ruffianarsi il pubblico. Ecco che quindi si diventa didascalici, superficiali e si narrano storie piene di luoghi comuni. Questo tipo di regista troverà credito nel pubblico; ovviamente i suoi film saranno visti perché daranno ciò che lo spettatore si aspetta, ciò che per loro è più accomodante. E’ ipocrita dire al pubblico quello che esso vorrebbe sentirsi dire, non è onesto, non aggiunge niente e non c’è motivo di fare il film. Un film non onesto non ha storia, non serve a nulla, solo ad incassare soldi in quel momento. Un esempio di film poco onesto che ha riscosso un ottimo consenso di pubblico è l’ultimo bacio di Muccino.

 

3) Un film riuscito dovrebbe essere muto

I film si fanno con le immagini, un' opera filmica è composta dalla sequenza di immagini e sono queste quelle che devono parlare.
Diceva Hitchcock: “nella maggior parte dei film c’è poco cinema ma più la “fotografia di gente che parla”. Una storia va raccontata per mezzo della successione di inquadrature e sequenze e non attraverso le parole. Esse si devono evitare il più possibile, usarle solo quando non si può fare altrimenti”. E’ indispensabile quindi studiare il modo per raccontare per immagini un fatto.
Le emozioni non sono date dalle parole, quelle sono solo rumore di fondo, il regista prima di tutto nasce fotografo, ovvero colui che racconta tramite immagini.

 

4) Non raccontare il proprio punto di vista

Un errore che fanno i giovani registi è quello di sentirsi investiti di una carica, appunto quella del regista e quindi di dover parlare di come loro vedono il mondo o particolari aspetti della vita. Al pubblico però non interessa il punto di vista del regista, interessa che la storia possa dargli emozioni attraverso la propria esperienza ed interpretazione. Se ad interpretare e a dirci tutto è il regista con il suo punto di vista, allora a cosa serve lo spettatore?
Il regista deve raccontare storie, quelle che più l’hanno colpito; sono poi queste che scorreranno da sole. Sarà poi nel modo in cui esse vengono narrate, nelle scelte delle scene da sviluppare, nella scelta delle immagini da utilizzare che ci sarà il punto di vista del regista.

 

5) Non avere fretta

Spesso quando si decide nella vita di diventare registi o autori di una forma d’arte si fa di tutto per raggiungere questo scopo nel minor tempo possibile. Sembra che riuscire a raccogliere subito i frutti del proprio lavoro sia l’unica garanzia che mostri quanto esso sia giusto e valido.
In questa rincorsa spesso però i registi o gli autori si perdono. Perdono i motivi del perché sono stati spinti a fare un certo mestiere o perdono la capacità di poter raccontare determinate cose. L’arte in generale è una forma di comunicazione complicata che va studiata per anni. Non crediate che solo perché ci siano talenti che fanno grandi cose a vent’anni voi siate uno di loro. Se un medico per poter arrivare ad esercitare la sua professione deve studiare per anni, e successivamente eseguire per un altro periodo il tirocinio, non capisco perché non si debba chiedere ad un regista la stessa pazienza. Voi non affidereste mai la cura di una importante malattia ad un medico trentenne, quindi non aspettatevi che un produttore affidi ad un ventenne dei miliardi di lire per fare un film. Per ogni cosa c’è il tempo giusto: debuttare senza aver l’adeguata maturità significa buttare via tutto il lavoro che fino ad ora è stato fatto.

 

6) Amare il cinema veramente

Oggi sono molte le cause che spingono a diventare sceneggiatori e registi. Spesso c’è una grossa passione, ma questo non vuol dire amare il cinema. Saper amare il cinema è emozionarsi fino ai brividi per un film rivisto anche dieci volte. Amare il cinema è non poter farne a meno, considerarlo come una componente essenziale del tuo percorso umano. Sentire il bisogno di esprime delle cose anche quando nessuno vuole starti ad ascoltare. Studiare ogni giorno per riuscire ad avvicinarsi sempre di più ai grandi maestri. Provare, riprovare a sperimentare con una videocamera e rimontando le proprie immagini con un computer. Capire le arti affini, interessarsi di musica, di fotografia, di luce, dei volti, dei colori e della recitazione. Leggere i grandi romanzi e i grandi poeti, attingere da ogni forma d' arte per amore del cinema. Amare è solo una piccola parte di questo, amare è lottare senza mai venir meno alla propria morale. Un regista che amò il cinema e le cui sue opere ritraggono questo amore è Francois Truffaut.
Senza il vero amore non potrai fare vero cinema.

 

7) Il cinema non è Tv

Avendo studiato anche questo tipo di opere, per me la differenza sostanziale consiste in una sola caratteristica.
Nella telenovelas, sceneggiato o fiction Tv la storia viene raccontata tramite i personaggi che nei loro dialoghi la narrano. Gli attori fanno così progredire la storia attraverso le loro affermazioni ed è grazie a queste che noi possiamo capire ciò che vediamo. Esempio: Gianni ha preso un brutto voto a scuola. Nella fiction Tv sentiremo l’insegnante che lo dice alla madre o una cosa del genere.
Nel film TV invece si tende a mettere da parte i dialoghi per far vedere i fatti. Tutti i fatti vengono descritti palesemente, spesso anche in maniera didascalica con lo scopo di riempire lo schermo di azioni e magari tenere lo spettatore incollato alla sedia. Il vedere una sequenza di immagini non vuol dire riuscire a raccontare dandoci delle emozioni; le storie vanno si raccontate con immagini ma esse devono scoprirle lentamente e non essere buttate in faccia allo spettatore. Ed ecco che se Gianni prende un brutto voto noi vedremo il momento forte in cui egli non rispondendo alle domande dell’insegnante viene mandato al posto con un quattro.
Il cinema invece se pur anch’esso comunica con le immagini cerca di raccontarci una storia e di darci emozioni. Nel cinema le immagini non si vedono per darci informazioni come nei film Tv ma per darci emozioni. Ecco che quindi saranno ricche di simbolismi, di codici e di metafore.
Gianni ha preso un brutto voto a scuola, noi lo vedremo tornare a casa, non salutare nemmeno la madre, magari chiudersi in camera ad ascoltare a tutto volume la musica mentre disteso sul letto osserva il soffitto. Ecco che non abbiamo detto nulla con i dialoghi e nemmeno fatto vedere ma abbiamo fatto sentire un certo disagio nel ragazzo. Perchè la cosa più importante era il disagio e non il fatto in se.
Ecco perché un film per il cinema non sarà mai simile ad un film per la Tv. Poi ci sono registi che raccontano storie nelle sale come se fossero film per la Tv. Questo capita spesso alle sorelle Comencini e a tanti altri registi.

 

8) Avere coraggio

Spesso in Italia i registi preferisco raccontare storie di giovani e dei loro conflitti generazionali, uomini con i loro conflitti sociali o confitti d’amore. I temi trattati dai film italiani, escluso il genere comico, sono sempre gli stessi e pochi sono i registi che vogliono o sanno raccontare altro. Bisogna avere il coraggio nel raccontare le storie e nell'andare anche contro corrente, nello sfidare le mode e nel non proporre al produttore la storiella che fa contenti tutti. Un giovane regista dovrebbe essere più consapevole del mezzo che sta utilizzando e della forza che esso contiene. Storie che senz’altro saranno più difficili da scrivere e da realizzare ma che sono l’essenza del cinema. Credo che un regista che non racconti queste storie in realtà è perché non è in grado di farlo, non ha la professionalità adeguata per affrontare certi temi e quindi non è un vero regista ma uno che fa il mestiere del regista. Questo non vuol dire che il cinema debba essere uno strumento di denuncia, ma è necessario, che vada al di là delle storielle che ci vengono propinate in questi ultimi anni: storie simili ai temi tanto cari alle fiction Tv. Un regista che racconta con coraggio delle storie utili è Renzo Martinelli con i film Vajont e Piazza delle cinque lune. Oppure senza cercare le tematiche di denuncia La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek.